Lezione con il prof. Quirkie: gli Shabti

9aSabato 19 luglio è stato il giorno della nostra ultima lezione all’UCL. Per l’occasione, abbiamo avuto l’onore di ascoltare gli insegnamenti e i suggerimenti del prof. Quirke il quale, accontentando le nostre richieste, si è cortesemente proposto di introdurci allo studio di particolari oggetti che avevano molto attirato la nostra attenzione: gli shabti. Essi sono un prodotto peculiare della cultura funeraria egizia, in quanto si tratta di esemplari con fattezze umane, che venivano posti all’interno della tomba per lavorare al posto del defunto. Scopo della lezione è stato quello di indagare le problematiche legate a tali manufatti: grazie all’analisi iconografica ed all’approfondimento di esemplari provenienti da diversi contesti, abbiamo potuto riflettere su come, nel corso dei secoli, la loro produzione si sia modificata. 9bDifferenze iconografiche sono, ad esempio riscontrabili nella riproduzione della barba, che si manifesta solo a partire dalla fine del Medio Regno, o nella diversa posa delle braccia. Il nostro incontro col prof. Quirke è stato interessante anche per tanti altri aspetti. La sua lezione, oltre ad essere incentrata sulle informazioni relative ai singoli oggetti, è stata soprattutto una lezione di metodo: sottolineando costantemente l’impossibilità per un archeologo di prescindere da elementi fondamentali, quali ad esempio l’analisi del contesto, egli ci ha più volte spinto a riflettere e ad avere una percezione personale e quanto più ampia possibile, facendoci capire come lo sviluppo di uno spirito curioso e critico sia il presupposto fondamentale ad ogni studio.

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Conferenza “Violence and Death in Predynastic Egypt”

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Martedì 15 Luglio si è tenuta al British Museum la conferenza «Violence and death in Predynastic Egypt»; a vestire i panni del relatore per l’occasione era l’antropologo Daniel Antoine. Attraverso l’esame di due gruppi di resti umani il Dr. Antoine ci ha mostrato il ruolo giocato dalla violenza nelle lotte per il potere che caratterizzarono l’Egitto prima dell’unificazione.

jebel sahabaIl primo contesto analizzato era costituito da un gruppo di ossa umane provenienti dal cimitero di Jebel Sahaba (11000 a.C.).
Con circa 61 individui sepolti, Jebel Sahaba è una delle più antiche necropoli che si conoscano; la presenza di segni di violenza sui resti degli individui adulti e di sesso maschile ne fa anche una delle più antiche evidenze materiali di conflitti interni alle comunità dell’Egitto predinastico.
La posizione standard in cui furono ritrovati i corpi, tutti rannicchiati sul lato sinistro, lascia intuire che all’interno di questa comunità si praticassero riti funebri e che si fossero già sviluppate delle credenze sulla vita nell’aldilà.

L’altro protagonista della gebeleinmanAconferenza ci era già noto, poiché presentava diversi punti di contatto con una delle otto mummie selezionate per l’esposizione nella mostra Ancient Lives: si tratta di Gebelein Man A (3500 a.C.), una mummia naturale ritrovata nelle sabbie cocenti dell’Alto Egitto. Come il suo affine, Gebelein Man B, questa mummia presentava la particolarità di conservare ancora integri al suo interno organi che normalmente non troviamo, perché rimossi come da consuetudine durante il procedimento di mummificazione artificiale. Grazie all’uso del CT scan, che pure ci è già noto dalla mostra Ancient Lives, e che è tornato a giocare un ruolo fondamentale anche in questa conferenza, è stato possibile scoprire sui resti di Gebelein Man A i segni di una ferita da arma da taglio che attraversa la spalla fino al polmone sinistro e che causò probabilmente il decesso dell’individuo.
Tale testimonianza lascerebbe pensare che nel periodo immediatamente precedente la riunificazione Gebelein fosse uno dei siti in lotta per il potere e l’espansione territoriale e che in questo clima di instabilità si consumarono scontri sanguinosi.

Ancora una volta dunque, attraverso l’analisi antropologica di resti umani, è stato possibile giungere a conclusioni riguardo la situazione politica dell’Egitto Predinastico, a riprova del fatto che all’interno di un museo, e più in generale nel mondo dell’archeologia, trovano spazio figure professionali di varia provenienza e specializzazione, e che anzi la collaborazione con esperti di altre discipline diventa talvolta essenziale per giungere ad una maggiore e più completa comprensione delle dinamiche del mondo antico.

Interpreting Egyptian art: discussion at British Museum

 

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 “Parlare” al pubblico: è questo che fa un museo. Attraverso gli oggetti che conserva riesce a trasmettere messaggi, informazioni, sensazioni. La televisione punta a fare lo stesso: colpire attraverso le immagini e raggiungere un pubblico molto più ampio. È stato questo il punto di partenza della discussione tra Alastair Sooke, scrittore e presentatore del programma televisivo “Treasures of Ancient Egypt” della BBC4, e Marcel Maree, curatore del dipartimento di antichità egiziane del British Museum.

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La protagonista della conversazione è stata l’arte egiziana e la sua evoluzione nel corso dei 3 millenni di storia dell’antico Egitto, dalla tavoletta di Narmer fino all’età greco-romana. Uno degli esempi riportati durante la conversazione è quello della rivoluzione artistica dell’età amarniana. In questo periodo la rappresentazione del faraone cambia, diventa quasi grottesca: il sovrano ha le orecchie enormi, le labbra carnose, i fianchi larghi, il ventre cadente. Si tratta di un naturalismo senza precedenti nell’arte egiziana.

Intervistatore e intervistato, attraverso questo tipo di esempi, hanno mostrato che l’arte egiziana non è statica ma si evolve nel tempo, ed è questo il messaggio che la prossima mostra in preparazione al British Museum cercherà di comunicare ai visitatori.